Dalla pretesa di rimettersi in riga alla saggezza di ascoltarsi
ABITARE IL CORPO

In questi primi giorni di settembre ho toccato un tasto delicato, riprendendo questo spazio dedicato ad abitare il corpo con uno sguardo nuovo.
Nei post e nella prima newsletter mi sono soffermata su quella spinta automatica a «rimettersi in riga»: le agende che si riempiono, i doveri che bussano alla porta e il corpo immediatamente richiamato all’ordine, come se la pausa estiva fosse stata solo una parentesi tollerata prima di ricominciare a correre.
È come un rumore di fondo, un sottile ritornello severo che sta lì da un bel po’. Da una parte le vecchie regole rigide: «questo si fa così, quello no, resta all’erta, sforzati, schiena dritta, tira dentro la pancia, non mollare mai». Dall’altra, la fretta improvvisa di settembre che bussa: «dai, ora basta, si riprende, è ora di rimettersi in forma, mangiare bene dopo aver esagerato, organizzati, preparati, si riparte con mille progetti e impegni».
Un dialogo fitto che ha una caratteristica: non concede respiro e tratta il corpo come un mezzo da spronare, MAI come una casa da ascoltare.
Sì, io torno sempre al corpo, a cosa sente, come lo sente, se lo sente… a come lo trattiamo e a come lo guardiamo.
E parto da qua: quando guardiamo un corpo — che sia il nostro riflesso nello specchio, un atleta in gara o una persona qualunque che incrociamo per strada — cosa succede?
A volte scatta un riflesso automatico: iniziamo a esaminarlo, a confrontarlo, a metterlo sotto giudizio. Ci chiediamo se è abbastanza in forma, quanto pesa, quali difetti nasconda o quali forme andrebbero corrette.
Perché viene così spontaneo trattarlo con questa severità, finendo per separarlo dalla persona intera che invece è?
Siamo dentro una contraddizione continua, difficile da districare: da una parte pretendiamo dal nostro aspetto fisico una perfezione assoluta e standard altissimi; dall’altra siamo convinte e convinti che ciò che conta davvero sia solo la testa, la mente razionale che deve comandare, stringere i denti e tirare avanti. Chiediamo al corpo di apparire impeccabile, ma gli togliamo la parola. Lo vogliamo perfetto come un trofeo, ma lo trattiamo come un servo che deve solo obbedire.
A me sembra proprio questo sguardo, riduttivo e puramente utilitaristico, a generare il conflitto.
Se trattiamo il corpo come un meccanismo da aggiustare o un’immagine da mostrare, non ci limitiamo a zittirlo: pretendiamo dalla mente un potere e una responsabilità che non le appartengono. La costringiamo a un controllo estenuante e, se quella presa a un certo punto vacilla, rischiamo di sentirci franare la terra sotto i piedi, o magari semplicemente smarrite e smarriti, convinti di aver sbagliato tutto.
Spegniamo la nostra intelligenza più viva proprio chiedendo alla testa di governare da sola ciò che chiede, invece, di essere ascoltato insieme.
È così che finiamo per disimparare la nostra interezza.
Lo facciamo nei gesti più normali, quasi senza accorgercene, ogni volta che ci muoviamo solo sulla superficie: quando pensiamo «alleno i muscoli perché li voglio tonici» o «metto la crema perché sento la pelle tirare».
Trattiamo il nostro organismo a compartimenti stagni, dimenticando la complessità viva di cui siamo parte:
Il muscolo non è una corda inerte da tirare per sfoggiare una bella postura: è un organo vitale, una centrale chimica che parla continuamente con il nostro cervello, aiuta a regolare l’umore, abbassa le tensioni e sostiene le nostre energie. Un muscolo cresce e si trasforma solo quando si riposa: la sua forza sta nell’alternanza tra azione e pausa, non nello sforzo continuo.
La pelle non è uno specchio da lucidare: nasce dalla stessa identica matrice da cui si sviluppa il nostro cervello. È letteralmente il nostro sistema nervoso affacciato sul mondo, il confine vivo dove impariamo il contatto con le altre persone, il limite, la vicinanza e la protezione. È il luogo in cui incontriamo il mondo.
Trattare un muscolo solo come carne da rassodare o la pelle come una superficie da non far screpolare significa dimenticare la vita che lì abita, noi.
La stanza di terapia: la complessità che chiede senso

Ritrovo questo stesso meccanismo di separazione ogni giorno nella stanza di terapia.
Spesso ci si arriva perché si sta male, con il desiderio comprensibile e urgente di “cancellare” il dolore, di togliere di mezzo un’ansia, di spegnere un sintomo che disturba. Viene purtroppo spontaneo trattare quella sofferenza come un difetto di fabbrica, un intoppo da eliminare al più presto, proprio come quel muscolo che non risponde o la schiena che fa male.

Ma non funziona così: non possiamo semplicemente cancellare un pezzo di noi.
È solo quando iniziamo a guardare e ad accogliere tutto ciò che siamo che possiamo stare davvero meglio. Quel nodo alla gola, quella paura o quella fatica non sono errori: sono i modi, a volte gli unici possibili in quel momento, che il nostro organismo ha trovato per proteggerci, per farci attraversare la nostra storia e tenerci in piedi.
Noi siamo tutta quella complessità viva, e porta dentro un senso profondo.
Certo che siamo immersi in messaggi — sui social, sui media, con i fatti del mondo — che propongono continuamente scorciatoie e ricette rapide per “funzionare meglio”, facendoci sentire in difetto se non ci riusciamo, e così non è facile!
Ma nessuna scorciatoia può rendere giustizia alla ricchezza di ciò che siamo, e al tempo che serve per ascoltarla.
Da dove si può ripartire, allora?
Magari proprio da una tregua: smettere di darci ordini e guardarci con severità, e provare a sentire cosa accade quando deponiamo, anche solo per un istante, la pretesa di dover controllare tutto.
Sabato prossimo andremo un po’ più a fondo in questo passaggio: vedere quanta fatica c’è per il dovere di funzionare bene e riscoprire, forse ricordare, che c’è una collaborazione silenziosa che tiene insieme le nostre ossa, i nostri organi e il nostro respiro a cui serve tornare. Il prossimo articolo si intitolerà:
La forma e il respiro: quando il corpo smette di farsi piccolo
Smettere di funzionare bene per cominciare a sentirsi vivi.

