Capitolo 1, Parte 3:
Dalla difesa all’ascolto del vissuto interno
Con questo testo arrivo alla terza tappa del primo capitolo. Nei passaggi precedenti mi sono soffermata sulla voce severa che pretende di modellarci da fuori e ho aperto alla possibilità di fare spazio alla nostra presenza viva, osservando cosa accade quando permettiamo al respiro e al peso di trovare il loro appoggio naturale.
Eppure, anche quando questa comprensione comincia a farsi strada, c’è un passaggio sottile che spesso ci riporta a serrare i confini: l’impatto con lo sguardo dell’altro.
Entrare in uno spazio condiviso, a una riunione di lavoro, in palestra, o semplicemente camminare per strada: quante volte il corpo risponde congelandosi all’istante? Le spalle salgono verso le orecchie, la parete addominale si ritrae in una difesa automatica, il respiro si blocca in alto e il passo perde fluidità. Prima ancora di scambiare una sola parola, l’organismo ha già indossato la sua corazza invisibile.
L’armatura non è un errore: è una storia di protezione
Nel mio lavoro terapeutico e negli anni dedicati allo studio del movimento, ho imparato che questa contrazione non è mai uno sbaglio, né un difetto da correggere. È una risposta biologica raffinata, un adattamento che il corpo ha costruito nel tempo per custodire le nostre parti più vulnerabili dal rischio del giudizio, del rifiuto o della valutazione.
Quando ci sentiamo esposti a uno sguardo che temiamo giudicante, il sistema di protezione si attiva immediatamente. Ci compattiamo per offrire meno superficie, ci facciamo piccoli per non disturbare o ci irrigidiamo per non mostrare incertezze.
L’armatura è stata la forma di tutela più efficace che il corpo ha saputo organizzare. Ed è per questo che pretendere di cancellarla con un atto di pura volontà non funziona: la difesa non cede perché ci imponiamo di calmarci, ma comincia ad ammorbidirsi solo quando l’organismo torna a fare esperienza concreta di stabilità.
Allenare uno sguardo diverso: riprendere confidenza con il sentire

Non si tratta di applicare formule rigide o ricette preconfezionate. Dalla mia prospettiva di terapeuta e dall’ascolto del corpo in movimento, suggerisco piuttosto di allenare gradualmente uno sguardo differente: un modo paziente per riprendere confidenza con il nostro vissuto interno, che custodisce una conoscenza preziosa.
Invece di viverci come un’immagine vista solo dall’esterno — controllando costantemente la forma che mostriamo agli altri — possiamo iniziare a orientare l’attenzione verso ciò che accade dentro:
- Sentire l’appoggio dei piedi a terra: il pavimento e la terra accolgono il nostro peso senza chiedere prestazioni né giudicare la forma. Offrono una risposta solida e costante, che permette alle tensioni muscolari inutili di allentare la presa.
- Ritrovare lo spazio posteriore: la nostra attenzione tende a proiettarsi tutta in avanti, negli occhi, nel viso, nella facciata che presentiamo al mondo. Quando ci abituiamo a percepire la schiena, il dorso e la parte posteriore del bacino, recuperiamo una sensazione immediata di contenimento e di sostegno profondo.
- Lasciare spazio al volume del respiro: permettere all’addome e ai fianchi di espandersi non ha a che fare con l’estetica, ma è il segnale fisiologico più chiaro che possiamo restituire al corpo per dirgli che in questo momento non siamo sotto minaccia.
Questo passaggio chiude il primo capitolo ma apre una direzione precisa.
Imparare a dialogare con lo sguardo altrui non significa chiudersi o difendersi a oltranza, ma scegliere da dove incontrare il mondo: non più dalla rigidità della corazza o dal compromesso di rimpicciolirsi, ma dalla solidità del proprio sentire.
Il corpo non ha bisogno di essere forzato o giudicato per le sue esitazioni.
Chiede soltanto spazio, il tempo necessario per fidarsi e la nostra disponibilità a dare valore a ciò che abita sotto la pelle.

